Attualità - megliounlibro

Da ALEPPO: cronache di guerra e di speranza

Da ALEPPO: cronache di guerra e di speranza
Ibrahim Alsabagh
UN ISTANTE PRIMA DELL’ALBA
Edizioni Terra Santa, 2017
pp. 242 - € 16,00

Si apre con un solenne… raffreddore preso nella gelida chiesa latina di San Francesco d’Assisi la palpitante testimonianza di un parroco speciale che, giorno per giorno, racconta i suoi due anni tra le macerie materiali e umane di Aleppo, seconda città della Siria resa martire da mesi di assedio tra bombe e cecchini. La povertà, la fame, le malattie sempre in agguato a completare l’opera di distruzione. Padre Ibrahim, con i confratelli e i pochi fedeli rimasti, ha invece iniziato subito a costruire, e ricostruire: aiuti concreti, ma soprattutto rafforzare rapporti di fiducia, di solidarietà, di speranza.
Attraverso una sorta di newsletter, con messaggi ma anche con incontri durante fugaci puntate fuori dalla Siria, padre Ibrahim è diventato icona e voce della perseveranza nella fede del “piccolo gregge” di Aleppo, e insieme testimone diretto degli orrori di una guerra che ancora divampa, anche se per la sua città sembra giunta l’ora di una faticosa rinascita. Alcuni brani di questo libro sono state offerte alla riflessione del Papa e dei cardinali presenti agli esercizi spirituali per la Curia romana, provocando una reazione commossa e generosa, a sostegno di quella comunità crocifissa. Un motivo in più per addentrarsi in queste pagine.
Marco Bertola


A 20 anni dà lezione di accoglienza

A 20 anni dà lezione di accoglienza
Daniele Biella
NAWAL
L’angelo dei profughi
 
Paoline, 2015
pp. 144, € 13,00
 
 
Che ragazza! Di origine marocchina, musulmana, parla arabo e siciliano, Nawal ha solo 27 anni. Studentessa di Scienze Politiche, attivista per i diritti umani. Dopo un’esperienza come reporter per documentare la guerra siriana, è tornata in Sicilia, amatissima terra in cui era giunta bambina, a lavorare come mediatrice culturale e interprete nei tribunali.
Una notte, improvvisamente, una telefonata: la richiesta di aiuto da un barcone di profughi dispersi nel Mediterraneo, l’idea di rivolgersi alla Guardia Costiera, il salvataggio di persone che rischiavano un naufragio.
E da qui altre telefonate, originate da un inspiegabile passaparola di chi sa individuare una persona brava ma anche vigile e attiva. Chi l’ha cercata ne ha determinato la vocazione.
Questa è la sua storia incredibile, nella quale ha coinvolto altri, in una efficacissima catena di solidarietà. La resistenza fisica nonostante la sua gracilità, il coraggio con cui si è esposta a forti rischi, l’autorità calorosa con cui ha guidato uomini, donne e bambini verso una nuova vita, ne fanno un’eroina rigorosa e umanissima. Orgogliosa e felice di essere italiana, ha dato lustro al nostro Paese.
Un libro di forte impatto emotivo. Commovente. Valido per tutti, dall’adolescenza in poi.
Alessandra Compostella

Un ricordo

Un ricordo
Joaquìn Navarro-Valls
A PASSO D’UOMO
Mondadori, 2009
pp. 250, € 18,50
 
Partiamo dal fondo. L’indice dei nomi si apre con Abu Mazen, poi vengono Agostino e Ahmadinejad. In chiusura: Wyszynski, infine Zapatero. In mezzo c’è la storia di oltre vent’anni, attraversata da un Papa, Giovanni Paolo II, che ne è stato protagonista a tutto tondo e raccontati dall’uomo che egli chiamò al suo fianco come direttore della Sala Stampa della Santa Sede, dal 1984 al 2006.
Navarro ha raccolto alcuni degli interventi che ha scritto, cessato l’incarico vaticano, per il quotidiano “la Repubblica” e li ha integrati con riflessioni e testimonianze inedite, raccogliendo il tutto in capitoli tematici che non rispettano necessariamente un ordine cronologico, ma aiutano a “fare il punto” su personaggi e questioni in primo piano negli ultimi decenni. Da Madre Teresa a Gorbaciov, da Fidel Castro a san Josemaria Escrivà. Il tono e il ritmo dello scrivere riportano immediatamente all’uomo che centinaia di volte, nella gioia e nel dolore, si è visto e udito parlare in televisione.
“A passo d’uomo”, senza inutili accelerazioni o polemiche, con la chiara visione del cammino da compiere, ragionando sul vivere quotidiano (l’uomo, la modernità, la laicità, i valori…) e narrando gli incontri offerti dalla Provvidenza a viandanti d’eccezione.
Marco Bertola

Il bene trasformato in male

Khaled Fouad Allam
IL JIHADISTA DELLA PORTA ACCANTO
Piemme, 2015
pp. 146 - € 15,90
 
La dedica: “A mia madre e mio padre, che mi hanno insegnato un altro islam”. Studioso, docente, sociologo algerino ora stabilmente in Italia, Fouad Allam ripercorre la vicenda di quello che lui ritiene il capostipite del terrorismo islamico di radice europea, tale Khaled Kelkal ucciso dalla Polizia a Parigi il 29 settembre 1995: una vicenda personale di disagio e disadattamento, sfociata nel crimine, nella carcerazione e nell’indottrinamento estremista. L’Autore racconta di un ritaglio di giornale messo da parte vent’anni fa con il proposito di approfondire, un giorno: “Se la pagina è ingiallita, la storia non lo è” e quel vecchio foglio riappare “con un’attualità preoccupante, in un mondo inquieto e impaurito da un fenomeno che gli sfugge”. Così il caso personale viene contestualizzato e ampliato, fornendo a noi una complessa griglia interpretativa. Richiamando un tema catalizzatore del radicalismo islamico, quello dell’unicità della comunità dei credenti, egli spiega: “Il jihad ha dunque per oggetto un diritto di Dio, quello della sottomissione del musulmano e, alcuni affermano, della sottomissione a Dio dell’umanità intera ed è per questo motivo che nei testi dell’Isis si insiste sull’affermazione di un califfato mondiale”. Si parte da qui, per capire.
M.B.

 

Ostaggi in Siria, la voce dei sopravvissuti

Ostaggi in Siria, la voce dei sopravvissuti
Domenico Quirico - Pierre Piccinin da Prata
IL PAESE DEL MALE
Neri Pozza, 2014
pp.176, € 15,00
 
Quirico, inviato della Stampa, e Piccinin, studioso belga di questioni mediorientali, hanno condiviso in Siria, dall’aprile 2013, 152 giorni in ostaggio di bande armate che scorazzano, torturando e massacrando. Il libro, scritto a capitoli alterni, è la testimonianza vibrante di ore vissute tra attese e paure, tra rabbia e preghiere.
Quirico, una volta riacquistata la libertà, in mille testimonianze – dalla prima, immediata, sul suo giornale agli incontri pubblici – ha fatto di quell’esperienza una sorta di paradigma dell’approccio alla professione giornalistica, di cronista che per raccontare condivide, fin negli abissi oscuri, la realtà che descrive: “Per conoscerlo, il Male, venite con me nelle stanzette sudice, nelle luride prigioni... Conoscerete gli uomini che mi hanno umiliato in quanto occidentale e in quanto cristiano...”. Non si è lasciato piegare e, pur duramente provato, ha ricominciato a vivere, a lavorare, a credere. Ancor più problematica la testimonianza dell’altro rapito-autore: “Il mio impegno è sempre stato per la giustizia, la verità e l’uomo. Non so se tutto ciò ha ancora senso (...). Penso tuttavia che tenterò di ricostruire ciò che ho perduto; forse tutto non è completamente morto”.
Un libro di drammatica attualità e dolorosa profondità. Da non perdere.
Marco Bertola

 

Persecuzione dei cristiani: non è una novità.

Persecuzione dei cristiani: non è una novità.
Presentazione di
Qui s’en souviendra? 1915: le génocide
assyro-chaldéo-syriaque, di Joseph Yacoub, Editionducerf 2015
 
Milano, 19 mar - La Sala Negri da Oleggio dell’Università Cattolica di Milano è stata teatro di civiltà con il seminario, voluto dal dipartimento di Storia, Archeologia e Storia dell’arte e dal Prof. Agostino Giovagnoli e intitolato
Cristiani in Iraq 1915-2015”.
Presenti studiosi e ospiti illustri: S. E. Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli e nunzio presso Baghdad e Teheran; Mario Giro, sottosegretario per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale, il Prof. Giorgio Del Zanna, l'autore dello studio e il giornalista Luca Geronico. Moderatore Marco Tarquinio, direttore di Avvenire.
In questa cornice è stato presentato
QUI S'EN SOUVIENDRA? 1915: le génocide assyro-chaldéo-syriaque, di Joseph Yacoub, docente e di Scienze politiche all’Istituto dei diritti dell’uomo dell’Università Cattolica di Lione e specialista in minoranze nel mondo, diritti dell’uomo e dei cristiani d’Oriente.

“Chi si ricorderà?”, è la domanda nel titolo del libro. “Dove non c’è memoria è più facile che gli errori della storia si ripetano”. E’ stato questo il filo conduttore dell’intero incontro. Una memoria, quella invocata da Yacoub, necessariamente legata e alimentata dalla conoscenza: perché non si può ricordare ciò che non si conosce. “La morte di oltre 250mila assiro-caldei uccisi per mano dei turchi nel territorio turco-persiano ha segnato non solo un genocidio fisico e religioso, ma anche e soprattutto un massacro politico e culturale”, ha spiegato. Ancor prima dei fratelli armeni, gli assiro-caldei furono privati della cultura, delle case, delle chiese e infine della vita stessa; ancor prima di essere dimenticati vennero derubati della loro storia nell’atroce finalità di omologare tutto in quello che era rappresentato dall’Impero turco.
Il testo (in lingua francese), superando accuse e retoriche, si propone come un forte e documentato monito a non dimenticare. E prima ancora fa appello alla coscienza, anche alla nostra.
Annamaria Gigatti

Enrico Fedocci: come lavora un cronista.

Enrico Fedocci: come lavora un cronista.
MILANO - Enrico Fedocci, giornalista di Mediaset, è stato invitato a tenere una lezione-testimonianza all'interno del Master in Media Relations dell'Università Cattolica di Milano.

Dopo aver iniziato la sua attività da giovanissimo per una testata locale, Fedocci è entrato nella sezione motori del Corriere della Sera. La svolta per la carriera è arrivata con il passaggio a Mediaset, dove ha iniziato a lavorare nella redazione di Studio Aperto, con Mario Giordano direttore. In campo televisivo, ha potuto finalmente occuparsi di cronaca – il suo interesse primo – ed è diventato uno dei volti più noti dei tg e dell’informazione di Mediaset.

Nel suo intervento, Fedocci ha delineato gli aspetti che a suo parere dovrebbero contraddistinguere un giornalista di cronaca nera. È fondamentale cercare il distacco “rispetto alla storia e ai personaggi della vicenda” da coprire. “Da questo punto di vista – ha spiegato – il giornalista è come un chirurgo. Se si lascia coinvolgere, rischia di non far bene il suo lavoro”. Ma non è semplice: l'inviato è catapultato completamente all'interno della realtà che deve raccontare. Si trova a vivere a stretto contatto con i protagonisti. Che sono persone, tutte da rispettare. Il suo scopo è informare, tenendo ben presente il confine tra ciò che può essere riportato e ciò che no. Nel corso della sua esperienza, Fedocci si è trovato più volte a scegliere di non divulgare una notizia per non interferire con le indagini. Il giornalista non dovrebbe anteporre la ricerca dello scoop all'operato delle forze dell'ordine. nè al rispetto per la dignità di ogni persona.

Può anche capitare, però, che l'intuizione di un cronista porti verso uno sviluppo investigativo. Proprio Fedocci, di recente, è riuscito a rintracciare un amico di Claudio Giardiello – il responsabile della strage al Tribunale di Milano – e ha scoperto che l'uomo diceva già da tempo, come in una cantilena, di voler “far fuori tutti”, nipote incluso. Un'esclusiva che riporta in luce un altro tema dibattuto: è opportuno intervistare, in occasioni di eventi criminali, parenti e amici di vittime e indagati? Per quanto sul piano morale possa apparire come un discutibile modo di operare, il caso dimostra che può anche essere d’aiuto. E il cronista, oltretutto, deve sempre cercare di approfondire la vicenda in tutte le angolature. Dar voce a chi è stato coinvolto, direttamente o indirettamente, fornisce un nuovo punto di vista.

A proposito di Fedocci e di esclusive, il giornalista Mediaset ha realizzato nei giorni scorsi un'intervista che ha avuto enorme risalto sui quotidiani e soprattutto sul web. Nel corso degli incidenti di Milano il 1 maggio 2015, è riuscito a raccogliere le dichiarazioni di un manifestante No-Expo, M. S.
“Volevo avere qualcosa in mano per spaccare qualcosa”, una delle tante frasi emblematiche dell'intervista. Il ragazzo ha espresso idee confuse sulle motivazioni che lo hanno spinto a partecipare. Anzi, è sembrato più coinvolto dalla violenza che dall'effettiva contestazione nei confronti dell'Expo. Questi aspetti del suo discorso, uniti al linguaggio ricco di espressioni gergali (o di parolacce vere…), hanno scatenato l'ironia di chi ha guardato il video sul web. Ne è scaturita una parodia, con il giovane “intestato” da un altro che interpreta la parte di Fedocci e analizza eventi storici utilizzando il lessico del manifestante. Una metafora impressionante…
I genitori del ragazzo, nel frattempo, hanno chiesto scusa.
Filippo Antonelli

Sudamerica, bellezza e contraddizioni di un Continente da capire.

Sudamerica, bellezza e contraddizioni di un Contin...
INTERVISTA A LUCIA CAPUZZI
 
Lucia Capuzzi è nata a Cagliari nel 1978 dove si è laureata in Scienze Politiche, in seguito ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia dei Partiti e dei Movimenti Politici presso l'Università di Urbino. Ha poi frequentato a Milano la Scuola di Giornalismo dell'Università Cattolica. Dal 2004 svolge l'attività giornalistica, inizialmente ha lavorato per il Tg Leonardo della Rai, attualmente lavora nella redazione esteri di Avvenire occupandosi nello specifico della realtà latinoamericana.
 
Che cosa significa per lei fare la giornalista?
Ogni persona ha un qualcosa dentro, una vocazione che la spinge verso un determinato percorso; a me piace raccontare e ogni cosa che faccio, ogni persona che incontro, ogni esperienza che vivo la vedo come una storia da raccontare.
 
Un binomio particolare: giornalismo e Sud America. Come li abbina?
Il Sud del mondo, a differenza dell'Occidente, è libero da molte di quelle sovrastrutture che oscurano, nascondendole, le radici sociali delle popolazioni.  Sentimenti come gioia, odio, amore sono percepiti in maniera più sincera, più viva mentre in Occidente la società risulta essere come disseccata. La differenza sostanziale sta nel fatto che, nonostante il Sud America sembri una realtà disperata e senza una possibile prospettiva…, è popolato da persone innamorate della vita, come forza vitale, come il sogno che essa rappresenta. Mentre gli occidentali appaiono cristallizzati, rassegnati nel presente i latinoamericani credono nel futuro. È questo il miracolo del Sud America, la sua vitalità, ti permette di vedere il mondo da un'altra prospettiva.
 
Come si vivono e descrivono realtà difficili come quella del Messico di oggi?
Per descrivere il Messico devi essere molto motivato, è questione di rispetto per la realtà e per le persone che intendi raccontare, questo significa eliminare ogni forma d sensazionalismo; il Messico non è solo sangue e cocaina, voglio raccontare il sogno di quelle persone, esse sono piene di dignità e questa deve assolutamente essere raccontata. Quando si entra in contatto con realtà come quella messicana sono necessari molta organizzazione e spirito di adattamento, le persone che incontri sul tuo cammino ti danno fiducia e questa fiducia non va tradita, rischiando magari di metterle in pericolo; non scrivo per estorcere notizie, il mio giornalismo è incontro.
 
Lei è appena rientrata da un viaggio sulle orme di Jorge Mario Bergoglio. Quali sono i valori che l'Argentina trasmette insieme al nuovo pontefice?
Il Papa è sia Latino che Argentino quindi da una parte ha vissuto sulla sua pelle i problemi del Sud del mondo e porta la voce di quelle persone sul pulpito di Roma, all'attenzione del suo immenso auditorio, dall'altra è Argentino. L' Argentina è da sempre “terra di mezzo” fra la realtà latinoamericana e quella occidentale; essa è un laboratorio che anticipa tanti dei problemi che l'Europa vive odiernamente, la crisi economica per esempio è arrivata in Argentina a cavallo fra il 2001 e il 2002, Papa Francesco questa crisi l’ha vissuta e può affrontare quella “nuova”, occidentale, non solo con la forza morale ma anche con l'esperienza dell'esempio che dona maggiore speranza nel futuro.
 
Lo sentiamo spesso definire “il Papa povero”. Qual è il suo parere?
Bisogna chiarire il concetto, la sua povertà non è quella pietista che si tende a far credere, è una tradizione religiosa latinoamericana che si è sviluppata negli ultimi 60 anni. “La scelta preferenziale per i poveri” deriva dalla presa di coscienza delle abominevoli disuguaglianze che affliggono il Sud America; questa consapevolezza ha provocato un cambio di prospettiva da parte della Chiesa latina che si è totalmente immersa in questo sedendosi al fianco dei poveri, facendo loro capire che non erano soli, qualcuno stava cercando di aiutarli e lo faceva con una prima importantissima dimostrazione, condividendo la loro sofferenza. Quello del Papa non è uno “stile” umile e austero ma un valore di aiuto che lo porta a domandarsi quotidianamente come può, con il suo comportamento, aiutare chi soffre. La risposta è nuovamente nell'esempio della condivisione. La povertà non è un problema di alcuni, è di tutti, perché se siamo tutti figli di Dio siamo anche tutti fratelli.
 
Che cosa consiglia ai giovani, per raggiungere i loro obiettivi?
Non è vero che non c'è futuro, è solo questione di tempo; bisogna credere in ciò che si vuol realizzare investendo le proprie energie sul lungo periodo.
 
Intervista a cura di Marco Maiolino
 
 
  

Uno sport per vivere: la corsa come simbolo

Uno sport per vivere: la corsa come simbolo
Kilian Jornet
CORRERE O MORIRE
Vivalda, Torino 2013
pp. 196, € 13
  
Kilian Jornet ha 24 anni ed è un atleta, un corridore. Il suo non è un mero titolo costruito su corse, premi, applausi; i risultati ottenuti sono conseguenza di un percorso, quello più importante di tutti: la sua vita. Kilian è nato per correre e ciò che urla al mondo è pura passione, quella forza tenace e un po’ folle che porta un uomo a realizzare i propri sogni, la propria natura. Correre o morire, allora, non è il libro di un fanatico, come il titolo così categorico potrebbe farci credere; lo sport - la corsa in particolare - non viene esaltato nè svuotato di senso. Anzi. Questo racconto parla di un ragazzo genuino, sincero, non diverso dai coetanei, che si distingue però per aver trovato la sua stella polare, la corsa, quella luce sempre fissa nel cielo che gli indica il cammino, che gli dà la forza di alzarsi prestissimo ogni mattina, che lo fa stancare, che lo fa soffrire e gli permette di gioire.
Il tutto in una magnifica cornice, la montagna - dai Pirenei al Monte Bianco, alle cime d’America -, un’immensa compagna di viaggio da conoscere e rispettare. Questa autobiografia è molto adatta ai giovani, per l’importante lezione che può lasciare, ma anche a tutti gli sportivi e amanti dello sport in genere. Buona lettura.
Marco Maiolino

L'ITALIA deve farcela!

L'ITALIA deve farcela!
Roger Abravanel – Luca D’Agnese
ITALIA, CRESCI O ESCI!
Garzanti, 2012
pp. 168, € 9.90 
“Up or out”: è stato da sempre il motto dell’azienda in cui i due autori hanno lavorato. Chi non riusciva a crescere professioalmente lì, era meglio che provasse ad accettare un’altra sfida altrove. Perché non applicare il motto anche all’azienda Italia, propongono loro? “Il problema – Monti lo sa bene e lo ha detto a chiare lettere – è che la crescita in Italia è bloccata da anni e ci vorrà del tempo per spezzare le incrostazioni, soprattutto culturali, che bloccano lo sviluppo della nostra economia”. Noti per i precedenti Meritocrazia e Regole, gli autori stavolta sostengono che siamo caduti in stantii pregiudizi da cui dobbiamo alleggerirci, e poi lanciano proposte su lavoro, tasse, giustizia, spesa pubblica e istruzione. Il filo conduttore è sempre quello: il cambiamento può partire a patto che si applichino le regole e si instauri una meritocrazia; così si semina “cultura della crescita”. Ce n’è per tutti, perché l’età – si sa – non è questione anagrafica - ma in particolare piacerà ai giovani leggere il loro “manifesto” con consigli come: cercare la migliore istruzione, non avere paura dei fallimenti (anzi accettarne i benefici nascosti), iniziare a… ”restituire”. Un must che si legge in un pomeriggio e invita a non deprimersi...
Laura Prinetti
AYALA CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO.jpg
Giuseppe Ayala 
CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO
I miei anni con Falcone e Borsellino
Mondadori, 2009
pp. 196, € 17,50
 
Il titolo “Chi ha paura muore ogni giorno” è tratto da un discorso di Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992. Svolgeva il proprio lavoro senza paura e con la consapevolezza di rischiare la vita, al punto da affermare, pochi giorni prima della morte: “Non posso lavorare meno. Mi resta poco tempo”.
Giuseppe Ayala ha rappresentato la pubblica accusa nel primo maxi-processo antimafia svoltosi a Palermo negli anni '80. Assieme a lui facevano parte del pool Falcone e Borsellino. Ayala è l’unico che da quell’esperienza è uscito vivo.
Nel libro, egli ricorda quanto condiviso con i colleghi uccisi dalla mafia. In modo particolare, poi, viene descritta la vita privata dei vari protagonisti, segnata dal peso della “missione” che stavano svolgendo: giornate e nottate in tribunale e in giro per il mondo per preparare il processo, la convivenza con la scorta, i dialoghi tra loro, i legami.   
É un libro amaro, carico di tensione, ma racconta ciò che è accaduto nel nostro Paese, e soprattutto racconta cose che si devono sapere, così capiamo anche che c'erano e ci sono persone che rischiano la vita perché credono nella legge e tentano in tutti i modi di farla rispettare.
Silvia Masotti

Educare è una sfida continua

Educare è una sfida continua
In occasione della pubblicazione de IL CORAGGIO DI EDUCARE, Elledici, da noi segnalato sulla testata, pubblichiamo l'intervista a uno degli autori
sull'EMERGENZA EDUCATIVA

INTERVISTA a
Giuseppe Savagnone
 
 
 
Prof. Savagnone, presentando Il coraggio di educare lei e il prof. Briguglia scrivete che questo libro non nasce nell’ambito delle pubblicazioni accademiche, ma da un’esperienza. Quale?
 
A partire dall’autunno del 2006 si è costituito a Palermo un “Laboratorio pedagogico” a cui partecipano associazioni di famiglie e di insegnanti, scuole, altre realtà impegnate nella formazione. L’idea di fondo è che l’emergenza educativa deve essere affrontata da vari punti vista, attraverso un confronto permanente e una sincera cooperazione tra tutti coloro che sono chiamati in qualche modo a lavorare con i giovani. Famiglia, scuola, Chiesa, società civile, hanno tutte qualcosa da dare alle nuove generazioni, ognuna con le sue competenze. Ma bisogna lavorare insieme, perché nessuno può illudersi di fronteggiare da solo i problemi che oggi si pongono in un contesto storico radicalmente diverso da quelli a cui eravamo abituati. I destinatari immediati del Laboratorio sono gli educatori. Ma, ovviamente, si vogliono coinvolgere, insieme ad essi, i giovani. Si è cercato non solo di pensare, ma anche di agire in sinergia, offrendo occasioni di incontro e di riflessione a più voci, facendo spazio alle diverse esperienze, rimettendosi in discussione, aprendosi alle novità senza prevenzioni di sorta - secondo le regole proprie di un vero “laboratorio”. È a questo stile che il libro si ispira.
 
Una delle quattro “coordinate” educative che proponete di riscoprire in famiglia, a scuola e nella comunità ecclesiale è la «cura del volto»: che cosa significa?
 
Nel nostro tempo dilaga l’individualismo, ma è carente la cura della propria più profonda identità. Quanto più l’ego degli individui si afferma, in un narcisismo che diventa a livello sociale una competizione selvaggia per l’affermazione di se stessi, tanto meno c’è spazio per la ricerca di un equilibrio personale, per un’autentica interiorità, per la dilatazione dello spirito. In questa corsa frenetica i volti vengono coperti da maschere indispensabili all’adattamento. Al punto che ci si dimentica di averne uno. Educare significa così smascherare i miti e le illusioni di una società consumista, aprire ai giovani la prospettiva di una crescita integrale della propria personalità, in tutte le sue dimensioni – fisica, intellettuale, emotiva, spirituale. Il volto non lo deve dare l’educatore: ognuno ha il diritto e il dovere di cercare il suo. Ma i genitori, i maestri, le guide spirituali, possono aiutare a riscoprire l’urgenza di questa ricerca.
 
E la «cura dell’origine», invece?
 
Molti oggi vivono come se non avessero dietro le spalle una storia, delle radici. Il mito dell’uomo “che si fa da sé” affascina e fa dimenticare che nessuno si fa da sé, perché nasciamo sempre da altri, fisicamente, culturalmente e spiritualmente. E questa “dipendenza” non è una condanna, ma una risorsa, che rischia di essere sprecata se si continua a inseguire le esperienze che si succedono come flash – il famoso “attimo fuggente” – , senza mai cercare di collegarle fra di loro per recuperare un senso unitario del proprio vivere. Perché chi non ha memoria non riesce neppure a situarsi nel presente e a progettare il futuro. Educare dovrebbe significare aiutare a raccontarsi e a raccontare la propria storia, imparando a riconoscere quello che dobbiamo agli altri, soprattutto a chi ci ha preceduto. E questo riconoscimento dovrebbe al tempo stesso generare gratitudine verso la vita.
 
La «cura di Dio»: vale anche per i ragazzi non credenti, o loro hanno il diritto di “non avvalersi”?
 
Questo libro non ha un taglio confessionale. Non nascondiamo la nostra prospettiva cristiana, ma intendiamo declinarla laicamente, in modo che il nostro discorso possa avere un significato anche per chi non crede. Aver cura di Dio significa, nel nostro discorso, riconoscere un senso, una direzione, un fine che riguarda ogni persona; riscoprire la necessità di una relazione fondante che dia consistenza e profondità a tutte le altre relazioni; percepire la relatività delle cose, delle singole situazioni e dei singoli eventi della vita, rispetto alla pienezza della vita stessa. E questo potrebbe essere un primo passo per l’apertura al mistero della trascendenza. È un messaggio urgentissimo, in una società dove tutto viene ridotto a “oggetti” – anche le persone! – e in cui sembra che l’unico modo per realizzarsi sia dominare.
Il richiamo a Dio implica, invece, la necessità di fare spazio anche a ciò che non si vede e non si tocca, all’Invisibile a cui si può solo abbandonarsi con fiducia.
 
Sia lei sia Briguglia insegnate nei licei: che cos’è la «cortese tolleranza» dei ragazzi di oggi che ha sostituito il “muro contro muro” degli anni della Contestazione e di cui parlate nell’introduzione?
 
Il rischio più grande, oggi, non è lo scontro, ma il silenzio. Quando un genitore o un docente riesce ad avere l’ultima parola e a far tacere il figlio o l’alunno, deve chiedersi se dietro questa resa apparente non ci sia una sostanziale “disperazione”, la sfiducia, cioè, di poter esser capito.
È questo il vero fallimento dell’educazione: quando l’altro smette perfino di discutere, e ripiega sulla complicità dei coetanei, escludendo l’adulto dalle proprie scelte.
 
Siete convinti che, rivalutando le “quattro coordinate”, educare sia possibile anche oggi, «ma a certe condizioni che riguardano innanzitutto gli educatori». Però questi educatori si trovano a confrontarsi con una controparte, i ragazzi, dotati di un’autonomia impensabile qualche decennio fa: un “libero arbitrio” molto… libero. Per non parlare del “clima sociale” che respirano ogni giorno, dalla Tv spazzatura a certi stili di comportamento… Insomma, pesa quasi tutto sugli educatori?
 
Educare significa sempre correre il rischio delle libere scelte dell’altro. All’educatore spetta il compito di renderle consapevoli e, per ciò stesso, veramente autonome, specie in un momento in cui molti fattori (si pensi al peso della pubblicità e delle mode) tendono a creare conformismo e superficialità. Certo non si può far ricadere tutta la responsabilità dell’esito di questo compito sugli educatori. Bisogna tener conto che nella società contemporanea famiglia, scuola, parrocchia, che un tempo avevano quasi il monopolio dell’educazione, sono ormai in gran parte scavalcate dal grande fiume mediatico in cui tutti, giovani e adulti, siamo immersi. Ma proprio l’irrompere di nuove forme di comunicazione, che ormai influenzano i ragazzi in modo decisivo, non giustifica la rinunzia all’impegno educativo, anzi non fa che confermarne l’urgenza. I mezzi che le nuove tecnologie ci offrono non vanno demonizzati. Il problema è di imparare a usarli in modo corretto. Ma per questo non c’è altra risorsa che l’educazione.
Solo che adesso quest’ultima deve imparare a misurarsi con questi nuovi compiti, recuperando una consapevolezza delle grandi coordinate che le sono proprie e che possono consentirle di agire.
 
Il coraggio di educare, oltre che dalla vostra esperienza, è sorretto da solidi riferimenti bibliografici, filosofici e pedagogici. Ma aggiungete anche riferimenti ai film Usa, allo Zen e l’arte di manutenzione della motocicletta, ai romanzi aspri e inquietanti di Cormac McCarthy…
 
Oggi non si comunica più solo con i discorsi, ma con le immagini, con i suoni. Romanzi e film sono sempre più rivalutati come veicoli di messaggi significativi. Ne abbiamo fatto uso perché ci aiutavano a dire quello che volevano esprimere, ma anche per indicare uno stile comunicativo di cui l’educazione oggi non può fare a meno. 

 

Grazie a "don Sandro" da chi è stato suo studente in Cattolica. Non la dimenticheremo!

Grazie a "don Sandro" da chi è stato suo studente ...
Alessandro Maggiolini
IL CAMMINO EDUCATIVO
Ares, 2008
pp. 80, € 11
 
Educare significa “introdurre un soggetto umano alla realtà”. La realtà del mondo esterno e quella che è dentro di lui.
Alessandro Maggiolini - già vescovo di Como, prima di Carpi e prima ancora docente di Introduzione alla Teologia all’Università Cattolica - di persone ne ha educate tante e ora può dire la sua sull’emergenza educativa, svelando la prospettiva: si tratta di “condurre la persona stessa a diventare ciò che è, vale a dire a sviluppare le virtualità che possiede come patrimonio assolutamente unico e irripetibile. Il che è dono e impegno”. Osservare, diremmo quasi studiare, il soggetto per conoscerlo bene e capire da dove iniziare ad aiutarlo, perché sia e dia il meglio di sé.
Alcuni consigli a chi educa, in breve? Recuperare la dimensione autentica dell’autorità (in famiglia, a scuola, nella Chiesa), recuperare il gusto di trasmettere la verità (individuando i danni reali del relativismo odierno), aver chiari i difetti della pseudo-democrazia istaurata dalla società mediatica (coltivando un sano spirito critico), recuperare il dialogo tra educatore e ragazzo (“il mancato dialogo dà origine al bullismo…”), riscoprire il valore del pudore e del perdono. Va bene che la scuola sia protagonista di quest’opera, ma tenendo sempre presente che “il lavoro pedagogico è un’impresa corale”.
Laura Prinetti