Attualità - megliounlibro
 

Attualità: per leggere il presente

La verità sul Ruanda

Yolande Mukagasana
UN GIORNO VIVRO’ ANCH’IO
La Meridiana, 2011
pp. 94, € 13
Yolande non è una scrittrice, la sua è una testimonianza diretta, tumultuosa, angosciata, ma carica di riflessione e aperta alla speranza. Raccontare i fatti - un vero genocidio-  che per cento giorni nel 1994 hanno sconvolto lo stato africano del Rwanda è candidata al Nobel per la Pace 2011, insieme al console onorario italiano a Kigali Pierantonio Costa (“lo Schindler italiano”) e a Zura Karuhimbi, anziana contadina che rischiando la vita ha salvato un centinaio di concittadini tutsi nascondendoli nella sua povera casa e in ogni luogo utile nel podere.
Le popolazioni di etnia Hutu, si diceva in quei giorni, impegnate nello sterminio dei connazionali Tutsi. Ma, spiega quasi incredula l’Autrice, si trattava invece di una antica classificazione su base sociale che solo pretestuosamente, introducendo quell’appartenenza sui documenti personali, aveva portato a una contrapposizione sfociata infine nella pulizia etnica vissuta come barbara missione salvifica per il Paese. Ed è dolorosamente noto (si pensi ai vicini Balcani, solo una manciata di anni fa) che cosa voglia dire: orrori, violenze inaudite, delazioni e massacri anche tra vicini di casa e addirittura all’interno delle stesse famiglie.
Yolande ha perso tre figli e il marito in quei giorni di disumana follia. Racconta oggi, con impeto e lucidità, ciò che ha visto e vissuto, dedicando il libro “a tutti i bambini e a tutte le generazioni perché un giorno non dicano non lo sapevo”, convinta che proprio da quella generazione distrutta si debba ripartire, per dare un futuro al suo Paese. Si può dire che nessuno di quei ragazzi si sia salvato: chi è stato ucciso ma anche chi ha ucciso, convinto di compiere una missione, per paura o sotto minaccia, e ancora chi ha visto i propri parenti e gli amici uccisi, magari da altri parenti o amici. Morti, tutti. Quelli rimasti in vita morti dentro. In questo scenario di desolazione, incredibilmente poco conosciuta e raccontata nel mondo, fa bene rileggere le parole di uno dei ragazzi salvati da Zura. Dal suo nascondiglio, vinto dalla sete chiede una birra. La donna rifiuta: tutti sanno che non bevo alcolici, dice, si chiederebbero dove la porto, e a chi. “Non ci avevo pensato – rifletterà poi il giovane – ero io stesso a mettermi in pericolo! E’ facile criticare, soprattutto se uno non ha mai salvato nemmeno una persona, neanche un bambino”. Anche da qui parte la “ricostruzione” a cui Yolande si dedica. Un piccolo libro che segna nel profondo, inevitabilmente crudo, mai compiaciuto. Per adulti e giovani maturi.
Marco Bertola
La moda è donna, anche per il 2011

La moda è donna, anche per il 2011

Nina Garcia
THE ONE HUNDRED
Cento capi e accessori che una donna di classe
deve possedere
De Agostini, 2010
pp. 284, € 20
 
Questo non è un libro, è la cabina armadio delle meraviglie. Quella di una donna sempre benvestita, una che non sbaglia mai una mise un accostamento un accessorio; una che sa (e ha) il vestito giusto per l’occasione che le si presenta, che se l’invitano a un cocktail o alla prima della Scala non va in crisi e stressa tutti in casa con: “Cielo, che mi metto?”. Rovistate tra le pagine quindi come in un armadio e osservate bene quello che c’è dentro, carpitene i segreti, uscitene solo se avrete ben chiaro che cosa fa un guardaroba perfetto. Scoprirete che sono 100 cose, che non è necessario averle tutte e della stessa marca che ha comprato la signora. Lei infatti è una newyorkese che bazzica da sempre nella moda, un po’ da dentro negli atelier degli stilisti, un po’ da fuori nelle redazioni delle riviste fashion. Ambientini tra “Il diavolo veste Prada” e “Sex & the City”, insomma, da cui scartare gli eccessi ma prendere l’essenziale. Avreste mai detto, per dire, che l’abito da sera va comprato quando non serve? Se infatti si cerca a ridosso di un “evento” a cui presenziare, panico e stress sono assicurati. Il capo passepartout, invece, pare sia l’abito a trapezio: l’autrice assicura che va bene in tutte le occasioni e si abbina a stivali o ballerine (tertium non datur). Importanti quanto i vestiti sono la T-shirt bianca, la camicia bianca da uomo e il foulard di seta (con relative dritte sui modi di annodarlo). Da non snobbare i molti e dettagliati consigli sui collant neri, fra cui quello di non considerarli mai, per quanto spessi, dei pantaloni. I grandi classici ci sono tutti - cappotto cammello, tailleur, smoking - coi trucchi leciti per attualizzarli e personalizzarli. Illuminanti i capitoli su tutti i tipi di scarpa e di borsa; interessante il paragone sul costume intero, che in spiaggia equivale al tubino nero (quindi da procurarsi, di buon taglio e tessuto). Si può invece sorvolare sulla imprescindibilità di possedere un paio di All Star se non si hanno 20 anni, un anello a sigillo se non si è nobili e una felpa con cappuccio se non si va giornalmente a correre. Per il resto la lettura è piacevole, il contenuto notevole e abitini-scarpine-cappellini-guantini disegnati dal mitico illustratore Ruben Toledo sono una delizia per gli occhi. Insomma un libro che sarà un piacere regalare, e soprattutto ricevere.
Sara Ricotta Voza

Entra o no in Europa?

Marta Ottaviani
MILLE E UNA TURCHIA
Ugo Mursia Editore, 2010
pp. 180, € 17
 
Scrittrice, giornalista (collabora con quotidiani, periodici e radio non solo italiani), l’Autrice non usa giri di parole. Presenta a modo suo la Turchia, i luoghi di quel Paese con un piede nell’Occidente europeo (la candidatura per entrare nella Ue è lì e fa discutere) e l’altro nell’Asia più profonda, a cavallo tra laicismo e Islam. Scrive la Ottaviani, quasi con brutale franchezza: “Batman è una città che sembra fatta apposta per non comunicare niente. Non è particolarmente brutta, è completamente insipida, che è peggio”; ma altrove si esalta altrettanto schiettamente: “E’ il paradiso. E’ difficile descrivere la zona di Artvin a chi non l’ha mai vista…”. Prendere o lasciare, la Turchia in queste pagine ci viene offerta da una che in Turchia ci vive davvero (e, raccontandosi, non manca di sottolinearlo). Il libro si “sposa” con quello che la stessa autrice ha pubblicato sempre con Mursia nel 2008, “Cose da turchi”. Niente a che fare con una sorta di guida turistica, per quanto ragionata. Qui c’è altro, c’è di più. Persone, modi, tradizioni, ricchezze e povertà colte e narrate visitando i luoghi più significativi di questo Paese per molti ancora forse un po’ misterioso. Un libro che sembra l’occasione propizia per “entrarci dentro”, in buona compagnia.
Marco Bertola

Buon anniversario a Benedetto XVI

Zaira Zuffetti
TI DIVERTI A FARE IL PAPA?
I bambini scrivono a Benedetto XVI

Ancora, 2010
pp. 186, € 15,00

Per il compleanno del Papa e per stargli vicino, i bambini delle scuole di tutta Italia hanno voluto aderire a questo progetto: scrivergli una lettera per porgli domande, salutarlo, ringraziarlo.
Alcune sono scannerizzate e tenerissime nella loro autenticità, altre simpatiche e schiette come solo i bambini possono osare, altre infine semplici e commoventi perchè gli raccontano, proprio come  si fa con un padre, i sogni e i dispiaceri. E chiedono preghiere.
Un'idea affettuosa, realizzata con una veste grafica chiara prestigiosa e ordinata - in questo l'editrice Ancora è maestra indiscussa -, con il commento di Zaira Zuffetti, colmo di significati. Ottimo regalo, magari anche per le Comunioni o le Cresime.
Laura Prinetti
20 anni della nostra storia

20 anni della nostra storia

Joaquìn Navarro-Valls
A PASSO D’UOMO
Mondadori, 2009
pp. 250, € 18,50
 
Partiamo dal fondo. L’indice dei nomi si apre con Abu Mazen, poi vengono Agostino e Ahmadinejad. In chiusura: Wyszynski, infine Zapatero. In mezzo c’è la storia di oltre vent’anni, attraversata da un Papa, Giovanni Paolo II, che ne è stato protagonista a tutto tondo e raccontati dall’uomo che egli chiamò al suo fianco come direttore della Sala Stampa della Santa Sede, dal 1984 al 2006.
Navarro ha raccolto alcuni degli interventi che ha scritto, cessato l’incarico vaticano, per il quotidiano “la Repubblica” e li ha integrati con riflessioni e testimonianze inedite, raccogliendo il tutto in capitoli tematici che non rispettano necessariamente un ordine cronologico, ma aiutano a “fare il punto” su personaggi e questioni in primo piano negli ultimi decenni. Da Madre Teresa a Gorbaciov, da Fidel Castro a san Josemaria Escrivà. Il tono e il ritmo dello scrivere riportano immediatamente all’uomo che centinaia di volte, nella gioia e nel dolore, si è visto e udito parlare in televisione. “A passo d’uomo”, senza inutili accelerazioni polemiche, con la chiara visione del cammino da compiere, ragionando sul vivere quotidiano (l’uomo, la modernità, la laicità, i valori…) e narrando gli incontri offerti dalla Provvidenza a viandanti d’eccezione.
Marco Bertola

Per la Memoria, senza retorica

Giuseppe Bovo  
IL DODICESIMO QUADERNO.    
Gli 83 giorni di Etty Hillesum ad Auschwitz  
La Meridiana, 2009
pp. 186, € 12,00
 
 
Il dodicesimo quaderno è come la dodicesima ora, quella definitiva e misteriosa che segna la vita di un uomo. Chi ha incontrato, conosciuto e amato la giovane ebrea morta ad Auschwitz, vorrebbe saperne di più, vorrebbe sapere quali altre ricchezze ci avrebbe consegnato.
Che cosa avrà pensato Etty? Come avrà fatto a conservare un piccolo spazio dentro di sè per tenere in vita la speranza? Per credere ancora all’amore, in un posto - il lager - concepito per rendere i prigionieri come vuoti simulacri privi di ogni umanità?
Non possiamo saperlo con precisione ma possiamo far memoria, nel senso del termine, cioè rendere vivo e attuale quanto lei stessa scriveva prima dell’internamento: “Se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo - e non un senso nuovo attinto ai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione - allora non basterà… Dai campi stessi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri, nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i fili spinati… e forse allora, sulla base di una comune e onesta ricerca di chiarezza su questi oscuri avvenimenti, la vita sbandata potrà fare un passo avanti”.
Un bel programma per ricordare la Shoah senza retorica.

Adriana Amorese
 

AYALA CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO.jpg

 

Giuseppe Ayala 
CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO
I miei anni con Falcone e Borsellino
Mondadori, 2009
pp. 196, € 17,50
 
Il titolo “Chi ha paura muore ogni giorno” è tratto da un discorso di Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992. Svolgeva il proprio lavoro senza paura e con la consapevolezza di rischiare la vita, al punto da affermare, pochi giorni prima della morte: “Non posso lavorare meno. Mi resta poco tempo”.
Giuseppe Ayala ha rappresentato la pubblica accusa nel primo maxi-processo antimafia svoltosi a Palermo negli anni '80. Assieme a lui facevano parte del pool Falcone e Borsellino. Ayala è l’unico che da quell’esperienza è uscito vivo.
Nel libro, egli ricorda quanto condiviso con i colleghi uccisi dalla mafia. In modo particolare, poi, viene descritta la vita privata dei vari protagonisti, segnata dal peso della “missione” che stavano svolgendo: giornate e nottate in tribunale e in giro per il mondo per preparare il processo, la convivenza con la scorta, i dialoghi tra loro, i legami.   
É un libro amaro, carico di tensione, ma racconta ciò che è accaduto nel nostro Paese, e soprattutto racconta cose che si devono sapere, così capiamo anche che c'erano e ci sono persone che rischiano la vita perché credono nella legge e tentano in tutti i modi di farla rispettare.
Silvia Masotti
NOVITA': intervista all'autore

NOVITA': intervista all'autore

In occasione della pubblicazione de IL CORAGGIO DI EDUCARE, Elledici, da noi segnalato di recente sulla testata, pubblichiamo l'intervista a uno degli autori
sull'EMERGENZA EDUCATIVA

INTERVISTA a
Giuseppe Savagnone
 
 
 
Prof. Savagnone, presentando Il coraggio di educare lei e il prof. Briguglia scrivete che questo libro non nasce nell’ambito delle pubblicazioni accademiche, ma da un’esperienza. Quale?
 
A partire dall’autunno del 2006 si è costituito a Palermo un “Laboratorio pedagogico” a cui partecipano associazioni di famiglie e di insegnanti, scuole, altre realtà impegnate nella formazione. L’idea di fondo è che l’emergenza educativa deve essere affrontata da vari punti vista, attraverso un confronto permanente e una sincera cooperazione tra tutti coloro che sono chiamati in qualche modo a lavorare con i giovani. Famiglia, scuola, Chiesa, società civile, hanno tutte qualcosa da dare alle nuove generazioni, ognuna con le sue competenze. Ma bisogna lavorare insieme, perché nessuno può illudersi di fronteggiare da solo i problemi che oggi si pongono in un contesto storico radicalmente diverso da quelli a cui eravamo abituati. I destinatari immediati del Laboratorio sono gli educatori. Ma, ovviamente, si vogliono coinvolgere, insieme ad essi, i giovani. Si è cercato non solo di pensare, ma anche di agire in sinergia, offrendo occasioni di incontro e di riflessione a più voci, facendo spazio alle diverse esperienze, rimettendosi in discussione, aprendosi alle novità senza prevenzioni di sorta - secondo le regole proprie di un vero “laboratorio”. È a questo stile che il libro si ispira.
 
Una delle quattro “coordinate” educative che proponete di riscoprire in famiglia, a scuola e nella comunità ecclesiale è la «cura del volto»: che cosa significa?
 
Nel nostro tempo dilaga l’individualismo, ma è carente la cura della propria più profonda identità. Quanto più l’ego degli individui si afferma, in un narcisismo che diventa a livello sociale una competizione selvaggia per l’affermazione di se stessi, tanto meno c’è spazio per la ricerca di un equilibrio personale, per un’autentica interiorità, per la dilatazione dello spirito. In questa corsa frenetica i volti vengono coperti da maschere indispensabili all’adattamento. Al punto che ci si dimentica di averne uno. Educare significa così smascherare i miti e le illusioni di una società consumista, aprire ai giovani la prospettiva di una crescita integrale della propria personalità, in tutte le sue dimensioni – fisica, intellettuale, emotiva, spirituale. Il volto non lo deve dare l’educatore: ognuno ha il diritto e il dovere di cercare il suo. Ma i genitori, i maestri, le guide spirituali, possono aiutare a riscoprire l’urgenza di questa ricerca.
 
E la «cura dell’origine», invece?
 
Molti oggi vivono come se non avessero dietro le spalle una storia, delle radici. Il mito dell’uomo “che si fa da sé” affascina e fa dimenticare che nessuno si fa da sé, perché nasciamo sempre da altri, fisicamente, culturalmente e spiritualmente. E questa “dipendenza” non è una condanna, ma una risorsa, che rischia di essere sprecata se si continua a inseguire le esperienze che si succedono come flash – il famoso “attimo fuggente” – , senza mai cercare di collegarle fra di loro per recuperare un senso unitario del proprio vivere. Perché chi non ha memoria non riesce neppure a situarsi nel presente e a progettare il futuro. Educare dovrebbe significare aiutare a raccontarsi e a raccontare la propria storia, imparando a riconoscere quello che dobbiamo agli altri, soprattutto a chi ci ha preceduto. E questo riconoscimento dovrebbe al tempo stesso generare gratitudine verso la vita.
 
La «cura di Dio»: vale anche per i ragazzi non credenti, o loro hanno il diritto di “non avvalersi”?
 
Questo libro non ha un taglio confessionale. Non nascondiamo la nostra prospettiva cristiana, ma intendiamo declinarla laicamente, in modo che il nostro discorso possa avere un significato anche per chi non crede. Aver cura di Dio significa, nel nostro discorso, riconoscere un senso, una direzione, un fine che riguarda ogni persona; riscoprire la necessità di una relazione fondante che dia consistenza e profondità a tutte le altre relazioni; percepire la relatività delle cose, delle singole situazioni e dei singoli eventi della vita, rispetto alla pienezza della vita stessa. E questo potrebbe essere un primo passo per l’apertura al mistero della trascendenza. È un messaggio urgentissimo, in una società dove tutto viene ridotto a “oggetti” – anche le persone! – e in cui sembra che l’unico modo per realizzarsi sia dominare.
Il richiamo a Dio implica, invece, la necessità di fare spazio anche a ciò che non si vede e non si tocca, all’Invisibile a cui si può solo abbandonarsi con fiducia.
 
Sia lei sia Briguglia insegnate nei licei: che cos’è la «cortese tolleranza» dei ragazzi di oggi che ha sostituito il “muro contro muro” degli anni della Contestazione e di cui parlate nell’introduzione?
 
Il rischio più grande, oggi, non è lo scontro, ma il silenzio. Quando un genitore o un docente riesce ad avere l’ultima parola e a far tacere il figlio o l’alunno, deve chiedersi se dietro questa resa apparente non ci sia una sostanziale “disperazione”, la sfiducia, cioè, di poter esser capito.
È questo il vero fallimento dell’educazione: quando l’altro smette perfino di discutere, e ripiega sulla complicità dei coetanei, escludendo l’adulto dalle proprie scelte.
 
Siete convinti che, rivalutando le “quattro coordinate”, educare sia possibile anche oggi, «ma a certe condizioni che riguardano innanzitutto gli educatori». Però questi educatori si trovano a confrontarsi con una controparte, i ragazzi, dotati di un’autonomia impensabile qualche decennio fa: un “libero arbitrio” molto… libero. Per non parlare del “clima sociale” che respirano ogni giorno, dalla Tv spazzatura a certi stili di comportamento… Insomma, pesa quasi tutto sugli educatori?
 
Educare significa sempre correre il rischio delle libere scelte dell’altro. All’educatore spetta il compito di renderle consapevoli e, per ciò stesso, veramente autonome, specie in un momento in cui molti fattori (si pensi al peso della pubblicità e delle mode) tendono a creare conformismo e superficialità. Certo non si può far ricadere tutta la responsabilità dell’esito di questo compito sugli educatori. Bisogna tener conto che nella società contemporanea famiglia, scuola, parrocchia, che un tempo avevano quasi il monopolio dell’educazione, sono ormai in gran parte scavalcate dal grande fiume mediatico in cui tutti, giovani e adulti, siamo immersi. Ma proprio l’irrompere di nuove forme di comunicazione, che ormai influenzano i ragazzi in modo decisivo, non giustifica la rinunzia all’impegno educativo, anzi non fa che confermarne l’urgenza. I mezzi che le nuove tecnologie ci offrono non vanno demonizzati. Il problema è di imparare a usarli in modo corretto. Ma per questo non c’è altra risorsa che l’educazione.
Solo che adesso quest’ultima deve imparare a misurarsi con questi nuovi compiti, recuperando una consapevolezza delle grandi coordinate che le sono proprie e che possono consentirle di agire.
 
Il coraggio di educare, oltre che dalla vostra esperienza, è sorretto da solidi riferimenti bibliografici, filosofici e pedagogici. Ma aggiungete anche riferimenti ai film Usa, allo Zen e l’arte di manutenzione della motocicletta, ai romanzi aspri e inquietanti di Cormac McCarthy…
 
Oggi non si comunica più solo con i discorsi, ma con le immagini, con i suoni. Romanzi e film sono sempre più rivalutati come veicoli di messaggi significativi. Ne abbiamo fatto uso perché ci aiutavano a dire quello che volevano esprimere, ma anche per indicare uno stile comunicativo di cui l’educazione oggi non può fare a meno. 

 
Grazie a "don Sandro" da chi è stato suo studente ...

Grazie a "don Sandro" da chi è stato suo studente in Cattolica. Non la dimenticheremo!

Alessandro Maggiolini
IL CAMMINO EDUCATIVO
Ares, 2008
pp. 80, € 11
 
Educare significa “introdurre un soggetto umano alla realtà”. La realtà del mondo esterno e quella che è dentro di lui.
Alessandro Maggiolini - già vescovo di Como, prima di Carpi e prima ancora docente di Introduzione alla Teologia all’Università Cattolica - di persone ne ha educate tante e ora può dire la sua sull’emergenza educativa, svelando la prospettiva: si tratta di “condurre la persona stessa a diventare ciò che è, vale a dire a sviluppare le virtualità che possiede come patrimonio assolutamente unico e irripetibile. Il che è dono e impegno”. Osservare, diremmo quasi studiare, il soggetto per conoscerlo bene e capire da dove iniziare ad aiutarlo, perché sia e dia il meglio di sé.
Alcuni consigli a chi educa, in breve? Recuperare la dimensione autentica dell’autorità (in famiglia, a scuola, nella Chiesa), recuperare il gusto di trasmettere la verità (individuando i danni reali del relativismo odierno), aver chiari i difetti della pseudo-democrazia istaurata dalla società mediatica (coltivando un sano spirito critico), recuperare il dialogo tra educatore e ragazzo (“il mancato dialogo dà origine al bullismo…”), riscoprire il valore del pudore e del perdono. Va bene che la scuola sia protagonista di quest’opera, ma tenendo sempre presente che “il lavoro pedagogico è un’impresa corale”.
Laura Prinetti
PREMIO NOBEL a Le Clèzio, dal segnalibro 25-26

PREMIO NOBEL a Le Clèzio, dal segnalibro 25-26

Jean Marie Le Clézio
STELLA ERRANTE
Il Saggiatore, 2000
pp. 278,  € 15

Fratello, fratello, abbi pietà degli occhi neri sotto di noi, perché siamo
stanchi e dividiamo con te il tuo dolore
”. Questo verso di una poesia di
Hayyim Nahman Bialik che Esther legge dal suo quaderno potrebbe essere posto
come epigrafe a questo romanzo, composto da due linee narrative legate dal comune dolore. La prima é quella di Esther, una ragazza ebrea che raggiunge
Israele dopo un lungo vagabondare per l’Europa per sfuggire ai
rastrellamenti della Gestapo. L’altra é la storia di Nejma, palestinese
costretta a vivere in un campo profughi dove tra siccità, malattie e
denutrizione la vita é una scia di morte e desolazione continua.

La scelta di presentare queste due storie insieme, mostrandone l’analogo aspetto di sofferenza, permette di comprendere le due facce dell’immane problema della Palestina.
A volte i bruschi cambi di narratore e i salti di spazio e tempo
danno al libro di Le Clézio un andamento non sempre fluido.
Un romanzo di discreta qualità,da leggere senza aspettarsi di trovare
un’analisi storica o politica del conflitto arabo-israeliano ma sapendo di
immergersi in una storia di profonda umanità.

Martino Ghielmi

Stare un po' negli States

Stare un po' negli States

Giulio Sapelli
DIARIO AMERICANO
Bollati-Boringhieri, 2007
pp. 206, € 9,50
 
La copertina non è delle più accattivanti, ma fin dalle prime pagine si è condotti per mano nel vivo della vita newyorkese, tra operai di strada, efficienti biblioteche, businessmen, scalcinate chiese di quartiere, musei, strade brulicanti e piazzette innevate. Giulio Sapelli, docente di Storia economica, è lì per studiare le nuove classi agiate statunitensi, nel pieno della crisi irachena. E ci sta davvero, a New York, vive la città, tra stupore e disincanto la racconta trasmettendo al lettore impressioni e interrogativi. La profondità dello sguardo è quella dello studioso indagatore di fenomeni sociali, ma la narrazione è leggera e piacevole, trasformando questo diario di lavoro in un piacevole e istruttivo viaggio… nel cuore del cuore dell’America.
L’autore si descrive – tra bandiere a stelle e strisce e giovanili manifestazioni pacifiste – come un personaggio tolstojano: “Ascolto gli echi della guerra e cerco di comprendere come si possa camminare al margine del campo di battaglia senza dar segni né di orrore né di entusiasmo…”. Poca ideologia per una full immersion per niente superficiale. Barack Obama e la grande crisi finanziaria sono ancora di là da venire, ma il testo conserva tutta la sua efficacia analitica, descrittiva e anche narrativa.
Marco Bertola
conflitto arabo israeliano: sperare nella pace

conflitto arabo israeliano: sperare nella pace

 

David Grossman
CON GLI OCCHI DEL NEMICO
Mondadori, 2007
pp. 114, € 12.00
 
Un libro che può considerarsi una perla, per due motivi. Perché, nella forma del saggio, l’autore – nato e residente a Gerusalemme – vuole “raccontare la pace in un paese in guerra”, come dice il sottotitolo. E perché questo impegno, facile da auspicare ma difficile da costruire per chi vive là, viene portato avanti da Grossman attraverso uno strumento particolarissimo: la scrittura. Sì, tra i suoi compiti la scrittura può assolvere anche questo. “Scrivendo dell’altro – afferma l’autore - io mi devo immedesimare nell’altro”, conoscere la sua interiorità: scrivere del nemico diventa così necessariamente dover conoscere il nemico dall’interno, toglierlo dall’anonimato, restituirgli un’individualità in cui non è più possibile l’odio di parte.
Inoltre: “Scrivere nelle tenebre della guerra è - per Grossman (e noi ne condividiamo in pieno l’intuizione) - uno strumento per purificare l’aria che respiro, per ritornare a quello che ero, a me stesso, prima che questo ‘io’ fosse ridotto al silenzio, dal conflitto, dal governo, dall’esercito, dalla disperazione e dalla tragedia”. Scritto per ricordare il giovanissimo figlio ucciso di recente nel conflitto, è un libro che esprime la forza di chi vuole reagire anche nel dolore, perché questa morte non sia vana. Un libro che vuole scuotere Israele perché utilizzi le risorse per costruire sulla speranza, ma scuote anche noi, chiamati a costruire la pace tra le pareti domestiche e nel nostro Paese.

Silvia Renieri